Adopted, che succede se Nord e Sud del mondo si scambiano i ruoli?

In qualità di figli della società occidentale, sazi e pasciuti, viviamo e agiamo un paradosso. Abbiamo tutto quello che ci serve – e talvolta anche il superfluo, o ciò della cui necessità non siamo ancora consapevoli – ma non sempre sono a portata di mano gli affetti con cui condividere le gioie dell’agio. Entriamo così in un corto circuito che ci costringe a riflettere sui due aspetti del problema: la solitudine che impasta la quotidianità, e il fatto che non è il comfort in sé a generare felicità.

Siamo stati tirati su a pane ed efficientismo. Ci hanno cresciuti tentando di convincerci che l’unica vita possibile (e soddisfacente) fosse quella all’insegna della rapidità, dell’ottimizzazione dei tempi e dell’individualismo, ma che succede se, a un certo punto, l’ingranaggio ben oliato dei giorni si inceppa? Può capitare che ci ritroviamo a mettere in discussione quelle che ritenevamo certezze incrollabili.

Siamo abituati al fatto che siano agiati adulti occidentali ad accogliere i bambini abbandonati dell’Est Europa, dell’Africa o dell’America Latina, ma chi l’ha detto che “mittenti”  e “destinatari” di quest’atto d’amore non si possano invertire? Così, può capitare che europei cresciuti decidano di diventare parte di famiglie africane, aiutati dall’organizzazione ghanese Adopted.

Adopted (2010) di Gudrun F. WidlokGisela è una pensionata tedesca. Nel corso della sua vita si è ritrovata per ben due volte con le “radici” tranciate di netto: la prima quando ha lasciato la Svevia, sua regione natale, e la seconda in concomitanza della morte del marito. Avrebbe voluto lavorare nella cooperazione internazionale, ma gli eventi sono stati più forti della sua volontà. Ora è a un bivio: i figli sono grandi, non insegna più, e quindi non ha ulteriori obblighi di accudimento verso nessuno. Che sia l’occasione migliore per prendersi cura della parte di sé “non teutonica” che ha dovuto sacrificare a lungo?  È arrivato – forse – il momento di veder risarcire le energie di una vita spesa al servizio degli altri?

Adopted (2010) di Gudrun F. WidlokLa 20enne Thelma è nata in Islanda, ma vive a Berlino. La dimensione solitaria dell’isola le stava stretta, ma anche la capitale tedesca non è riuscita a placare appieno la sua fame di esperienze e novità. Ha bisogno di qualcosa che la scuota, e così si prepara a partire. Riuscirà a incanalare le sue inquietudini e i suoi bisogni (a tratti confusi e indefiniti), verso qualcosa di concreto e costruttivo, nella città ghanese di Accra?

Adopted (2010) di Gudrun F. WidlokLudger è un attore quarantenne. Anche lui vive a Berlino, e avverte il peso di una famiglia affettivamente distante, di rapporti amicali che – probabilmente – non sono degni di questo nome. Il progetto Adopted lo incuriosisce, e gli offre l’opportunità di mettersi alla prova esplorando una parte di sé che in Germania non trova spazio. L’idea di andare incontro a una cultura completamente diversa dalla sua lo spaventa,eppure non lo paralizza. Davanti a sé si staglia netta la consapevolezza che non ha nulla da perdere…

Aspettative, timori, speranze e diffidenza. Apertura e frustrazione. Voglia di conoscere l’altro, comprenderlo nel profondo, ma al tempo stesso trovarsi a fare i conti con i codici interpretativi (talvolta limitanti) offerti dalla propria cultura. Un flusso di energie e umanità bidirezionale dalla cui miscela scaturisce qualcosa, di volta in volta, diverso.

Adopted (2010) di Gudrun F. WidlokAdopted (2010) è un documentario realizzato dall’artista Gudrun F. Widlok in collaborazione con il documentarista Rouven Rech. All’origine del film, un progetto creativo tramutatosi in realtà. Già nel 2004, nell’ambito di alcuni festival tedeschi, la prima aveva allestito dei finti uffici-adozioni associando individui europei privi di significativi legami affettivi e  in cerca di un nuovo senso di intimità e appartenenza, con aspiranti famiglie adottive africane; era quindi seguito un viaggio attraverso il Burkina Faso e il Ghana.

L’intento di fondo era catalizzare l’attenzione, probabilmente suscitare irritazione e fastidio, ma soprattutto spingere l’opinione pubblica a interrogarsi. È davvero questo il modo “giusto”, o comunque più auspicabile, per ritrovare calore ed empatia nei rapporti umani? C’è qualcosa di autentico nella contraddittoria situazione che ci vede solidarizzare in tempi rapidissimi con perfetti estranei, soprattutto quando percepiamo distanti le persone che appartengono alla nostra quotidianità? La risonanza del progetto è stata tale, da obbligare, in un certo senso, Gudrun F. Widlok a realizzare il film.

Adopted non ha la presunzione di offrire ricette astratte, universalmente valide al momento dell’incontro con l’Altro. Piuttosto, sceglie di far parlare i volti, le mani, e i corpi di Gisela, Thelma e Ludger: è attraverso ciascuno di loro che si compie l’interazione, irripetibile e peculiare, con il “diverso”. Il film ha il merito di gettare luce sugli aspetti che rendono specifico e caratteristico il dialogo interculturale, disinnescando i clichés di entrambe le parti. Al tempo stesso, Gudrun F. Widlok evidenzia il minimo comun denominatore di tutti i  rapporti umani, ovvero l’alternanza di alti e bassi a volte simili a montagne russe. La gioia che scandisce un’improvvisa vicinanza, e il senso d’impotenza di fronte a una distanza che, a dispetto della buona volontà, non si riesce a colmare.

Di volta in volta lo spettatore si può immedesimare in Gisela, Thelma e Ludger, condividere le loro scelte e azioni, o dissentire (più o meno) profondamente. Stupirsi, riconoscersi, commuoversi. Il tutto alla luce della consapevolezza, evidenziata Gudrun F. Widlok , che, a dispetto di qualunque differenza, ciò che ognuno vuole, “a fine giornata, è, semplicemente, sedersi e raccontare al resto della famiglia quello che gli è successo”.

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