Anime nere, il sangue della terra è color pece

Certe famiglie sono come i rivoli di un fiume. Si sparpagliano, imboccano direzioni (apparentemente) differenti. Divergono e biforcano, fino a quando i destini dei loro componenti arrivano a compimento. Uno dopo l’altro, per una sorta di beffardo effetto domino. Questa è la sensazione che lascia in bocca Anime nere, il film del regista e sceneggiatore romano Francesco Munzi ispirato all’omonimo romanzo di Giuseppe Criaco uscito in sala lo scorso 18 settembre.

E’ una storia, questa, che ha lo stesso sapore ferroso della terra. Una storia declinata al maschile, fatta di riti di passaggio, modelli da scegliere/emulare e legami da perpetuare/sabotare. Leo (Giuseppe Fumo), giovane calabrese di vent’anni, si ritrova a dover decidere quale direzione imprimere alla propria esistenza: seguire l’esempio del padre Luciano (Fabrizio Ferracane), che ha preferito la semplice vita contadina all’abbraccio tentacolare della ‘ndrangheta? O raggiungere Milano dove vivono gli zii, lo spregiudicato trafficante di droga Luigi (Marco Leonardi) e Rocco (Peppino Mazzotta), che ha costruito la sua fortuna d’imprenditore sfruttando il potere della famiglia, salvo poi “ripulire” la propria immagine con un matrimonio “rispettabile”?

Così, ben presto quella di Luciano si rivela una battaglia contro i mulini a vento, e la foto del padre ucciso che campeggia in corridoio finisce per essere una sorta di calamita, come un gorgo senza fondo che risucchia il ragazzo. E non da solo.

Anime Nere

Anime nere, terzo film per Munzi dopo Saimir e Il resto della notte, ha la solennità di una tragedia greca che si fa carne nel volto di Aurora Quattrocchi, solcato dai corsi alterni della vita. Qui l’attrice rappresenta una sorta di madre di tutte le madri, il cui silenzio parla la lingua amara della crudele ancestralità subita e radicata come ulivo nella terra. La storia ricorda certe nuvole di piombo, gonfie di pioggia e temporali, l’istante prima di esplodere; la fotografia di Vladan Radovic contribuisce a evocare questa sensazione di deflagrazione inesorabile ma lenta. Comunque imminente, il cui esito ricorda Fratelli di Aber Ferrara. E il senso strisciante di soffocamento che perseguita chi è legato alla ‘ndrina è reso appieno dagli ambienti ricolmi di oggetti, a Milano come nell’Aspromonte, tanto da schiacciare, quasi, i personaggi.

Anime Nere, quando la terra lega con il sangue

In conclusione, Munzi fa una scelta coraggiosa, ovvero raccontare la ‘ndrangheta da “straniero”, con lo sguardo affamato e tenace di chi vuole andare in profondità, scegliendo di affondare le mani in una materia poco nota e sfuggente, ricordando, per realismo e rigore, prodotti come Gomorra – La serie. I protagonisti si svelano nei dettagli, e ci parlano di sé attraverso i gesti propri della quotidianità: particolarmente convincenti sono le interpretazioni di Giovanni Fumo, capace di dare spessore all’irruenta sfrontatezza di Leo, e Peppino Mazzotta e Fabrizio Ferracane, che insieme compongono le due facce di una stessa realtà.

(Pubblicato originariamente su Pioggia Obliqua)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *