Borgman, il male è il sogno dei buoni

Gli incubi peggiori hanno colori pastello. Idilliaci quadretti che sembrano usciti da un film di Doris Day si rivelano degni di Cronaca Vera. Quello che pare rassicurante cova il male, e quando esplode, l’effetto è davvero disturbante, ben più di quando, invece, è ampiamente prevedibile. Borgman (2013) del regista olandese Alex van Warmerdam mostra l’irresistibile fascino che la perversione esercita sulle persone normali.

Jan Bijvoet in Borgman

«E scesero sulla terra per rafforzare la loro posizione». Il film si apre con queste parole, ma non c’è tempo per chiedersi se si tratti di una citazione biblica oppure no. Immediatamente siamo catapultati in una convulsa caccia. Un prete e due altri uomini raggiungono un bosco e, armati di bastoni e di intenzioni che lasciano pochi spazi al dubbio, cercano di stanare qualcuno nascosto sotto terra. Si tratta di Camiel Borgman (Jan Bijvoet). Barba ruvida, talmente imperturbabile da risultare inquietante; non si può certo dire che l’aspetto lo aiuti a farsi voler bene dalla gente.

Eppure, la sua impassibilità nasconde molto più di quanto si possa immaginare. Un sottobosco umano degno di un quadro di Caravaggio.
Così, come la guida turistica di un parco divertimenti a tema horror, Alex van Warmerdam ci accompagna nella scoperta del campionario che ruota intorno a Borgman. Il carisma gli ha permesso infatti di guadagnarsi complici a cui lo accomunano la totale assenza di scrupoli e la maniacale metodicità.
Camiel si rivela una specie di calamita anche per Marina (Hadewych Minis), Richard (Jeroen Perceval) e i loro tre figli. Una famiglia degna di un documentario sui prodigi del Welfare State nordeuropeo. Artista lei, professionista lui, sono il prototipo della coppia agiata, colta e mediamente cool a cui non manca nulla per godersi la vita. Ma questa pienezza apparente e innaturale aspettava proprio Borgman per vomitare quello che aveva in pancia.

Jeroen Perceval e Hadewych Minis in Borgman

Feroce, surreale e ironico. In una parola, allucinato. Questo è Borgman.
«Sono stato cresciuto secondo i principi cattolici. Da bambino ho fatto il chierichetto, ed è stata un’esperienza da cui ho attinto molto». Così ribatte Alex van Warmerdam a chi gli chiede se il film contenga richiami alla religione. In realtà, il regista olandese mescola numerose e diversissime fonti d’ispirazione che sintetizza così: «Jean Pierre Melville, Bunuel, Hitchcock, Lauriel e Hardy».

Un bagaglio sostanzioso, rivisitato attraverso il suo personalissimo e inconfondibile sguardo. Pittorico nel senso letterale del termine, perché Alex van Warmerdam dipinge da quando era piccolo. Infatti, i suoi lavori si caratterizzano, tra le altre cose, perché regalano scene che sembrano quadri, non solo per la bellezza e la straordinaria cura formale, ma anche per l’incredibile efficacia e capacità di sintesi. Borgman è una scoperta continua, da questo punto di vista, grazie a sequenze folgoranti e geniali, ispirate a una serie di tele realizzate proprio dal regista. Queste sono state il punto di partenza per il lavoro sul film.

Alex van Warmerdam per Borgman

«Volevo far vedere che il male entra nella vita di ogni giorno. A compierlo sono persone ordinarie, tranquille e gentili che affrontano gli eventi con orgoglio e gioia».
Insomma, la nomination per la Palma d’Oro del 2013 è stata più che meritata. E la nota dolente, come spesso succede a chi osa storie “irregolari” è che la distribuzione lascia a desiderare e condanna van Warmerdam alla “nicchia”. O meglio, ai sotterranei.

Borgman

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *