Far fronte comune contro la macelleria sociale: intervista a Giuseppe Cristaldi

Macelleria Equitalia (Lupo Editore), è questo il titolo dell’ultimo romanzo dello scrittore salentino Giuseppe Cristaldi. Un mosaico di storie che ricostruiscono, pezzo dopo pezzo, cosa significa trovarsi risucchiati in un vortice chiamato cartella esattoriale. Un vortice che non conosce distinzione, discrimine, e tantomeno umanità. Un romanzo che respira la forza dei personaggi a cui Cristaldi dà voce, e che, attraverso il suo “Iniquotour – perché un’altra Italia è possibile”, ha percorso la penisola.

 

Il tuo libro ci mostra che la Macelleria Equitalia è una sorta di catena di montaggio perfettamente “efficiente” nel suo essere spietata e implacabile. E’ possibile spezzare questo diabolico ingranaggio? Cosa può rappresentare il granello di sabbia capace di compromettere questo sistema?

 Tralasciando, ahimè, ciò che dovrebbe essere preso precipuamente in considerazione, ovvero un’azione politica tesa alla sottrazione di potere esercitato da Equitalia, (potere peraltro ampiamente fallimentare in relazione al bilancio negativo dell’ente e al servilismo dello stesso nei confronti di partiti e vip) nonché all’impignorabilità della prima casa, ritengo che esistano due gradi di opposizione alla macelleria sociale. Il primo grado pertiene il discorso meramente umano: è necessario rifondare l’intimità popolare, la condivisione della pena, il raccontarsi, l’elusione di un autismo circostanziale. La dinamica del suicidio si radica in un equivoco: il soggetto nel tentativo di riconciliarsi col mondo, si riconcilia con se stesso e lo fa secondo un arbitrio letale. In tal senso, è fondamentale che i malcapitati si confrontino con coloro che stanno subendo o hanno subito la spietatezza di Equitalia, si scambino suggerimenti di contrasto, si considerino parte integrante di un collettivo vastissimo. Non è possibile che un pignoramento debba rientrare nell’ottica di una unicità per la quale vergognarsi, sentirsi finito. Siamo tutti allo stesso livello, tutti vittime o potenziali vittime. La vergogna, semmai, dovrebbe averla lo Stato.

Il secondo grado di opposizione è strettamente legale. Le cartelle esattoriali peccano volutamente in chiarezza per via di calcoli da software che si imperniano su algoritmi di difficile e sommaria applicazione. Chi volesse procedere autonomamente col calcolo del debito contratto, mediante le dette formule, si troverebbe di fronte a notevoli sorprese. Truffe istituzionalizzate, usura, per intenderci. Di pari passo a questa consapevolezza è necessario che vi sia una sempre più rigogliosa presenza di associazioni dedite alla tutela del cittadino, ove siano presenti figure professionali coese (molti avvocati mal sopportano uno studio specifico, molto più meticoloso, del fenomeno; le poche vittorie contro Equitalia nascono dalla caparbietà di persone nettamente estranee all’ambito legale). In ciò si dovrebbe aggiungere la possibilità delle regioni a Statuto Speciale di abbattere totalmente la tirannia dello Stato attraverso la semplice applicazione di leggi che attualmente paiono cadute in oblio.

 

Paolo mi è sembrato un po’ il simbolo del fatto che la cattiveria spesso è una sorta di “ragazza della porta accanto”, è nostra vicina di casa: che ne pensi?

 Più che la cattiveria, il potere. L’agente della riscossione tributi, l’ufficiale giudiziario e via dicendo, sono figure che viaggiano a confine tra servizio istituzionale (che stando al significato primario dell’espressione dovrebbe essere un qualcosa di sporto alle necessità di un cittadino) e dominio dello stesso. Il dominio di un servizio istituzionale ha un solo senso, dall’alto verso il basso, e si precisa in azioni che in nome di un potere rappresentativo, vanno sistematicamente ad umiliare le famiglie. Mi spiego meglio: chi alimenta attraverso il proprio servizio una macchina di potere, può inevitabilmente godere di un tornaconto del tutto personale. Spesso illecito. In passato si sono registrati casi di dipendenti equitaliani sorpresi ad intascare mance (misere venti euro, al massimo trenta) allo scopo di rinviare il pignoramento di una settimana. Per non parlare poi di tutte le manipolazioni delle aste giudiziarie per mano di organi che niente hanno a che vedere con lo Stato. E’ naturale che non tutti siano corrotti, ma è innegabile che lo squilibrio e la distanza tra cittadino e Stato abbiano raggiunto livelli paradossali grazie ai quali ci azzanneremo l’un l’altro fino a non comprenderne il motivo. Ecco, nel libro ho voluto rendere ciò partendo da una viscerale volontà di umanizzazione dei ruoli.

 

Durante l’Iniquotour, la tournee di presentazione del libro, quali sensazioni ti ha lasciato l’incontro con chi aveva letto, o avrebbe letto di lì a poco Macelleria Equitalia?

 La comunanza. Mi ha colpito molto ciò. Ho percepito la frantumazione della stratificazione sociale a vantaggio di una presa di coscienza comune, proprio perché la morsa ha stritolato tutti e in tutti i settori. Le persone non ne possono più, le persone vorrebbero anche pagare il dovuto, ma non gliene si dà la possibilità fisica, poiché s’innescano procedimenti pressoché fulminei e in più inarrestabili. Il pignoramento non lo si deve vedere in termini estetici, procedurali, meccanici. No. Il pignoramento visto dall’interno è la demolizione di un passato, una violenza che ti compromette il prosieguo esistenziale: mentre per un curatore fallimentare una cornice d’argento sarà la lotteria del primo arrivato, per te, poverocristo, resterà la foto dei tuoi nonni che si baciano davanti ad un obiettivo.

 

Mentre leggevo il libro, mi è capitato spesso di pensare ad altre terre: Sardegna e Veneto. Quali immagini, quali sensazioni hai portato con te dal Nord Est?

 Sì, la Sardegna mi ha adottato, mi ha anche influenzato molto. In questo libro c’ho messo la forza del popolo sardo, la sua genetica del riscatto. Il profilo psicologico dei protagonisti è intinto in una dignità talmente accesa da farsi speranza, anche nel peggiore dei casi. Ecco, volendo andare al cuore della cosa, ho portato con me la sensazione che il suicidio, in un’epoca come questa, abbia acquisito il valore della più alta vendetta. Vi è poi come una traccia salvifica nell’andare a ritroso quando il futuro è così funesto, la Sardegna mi ha insegnato anche questo: la nudità della Storia, la vera congiunzione con essa.

 

Ora vivi in Sardegna: cosa ti è “casa” dell’isola? Ti va di raccontarci un pezzo di Sardegna vista attraverso i tuoi occhi?

 E’ quasi impossibile raccontare la Sardegna se non sei sardo. Un mosaico di etnie marcatissime eppure compatte, la dilatazione del tempo a favore di una riflessività sempre vivida. Qui la frenesia è minore, il tempo ascolta l’uomo (anche se Equitalia non ascolta né l’uno, né l’altro), e il senso dell’autonomia si percepisce nel sangue della loquela, sempre così precisa, eretta su una conoscenza mirabile della lingua italiana. Sono innamorato di questa terra, una terra che ha patito e continua a patire soprusi senza tuttavia retrocedere dinnanzi alle più alte forme di accoglienza. E’ una terra dove anche i sassi hanno un’anima, dove pulsa il silenzio assordante della natura. Un silenzio musone ed esigente, che ad ogni scaglia di sughero, ogni foglia martoriata dal maestrale, ogni ceppo di lentischio attorto al granito picchia in testa e dice “lo vogliamo dare un nomignolo a tutte queste componenti? Sei padre e figlio loro, in fondo. Padre e figlio loro.”
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