Il blog-bricolage di Amalia Temperini: cultura slow ai tempi dei social network

Amalia Temperini: cultura slow ai tempi dei blog | La Ferita del Caffè

Bricolage. Appunt’attenti di un’acuta osservatrice, questo è il nome di un blog estremamente curato e variegato e che ha un considerevole seguito su WordPress. I contenuti spaziano dalle recensioni di film e libri alla presentazioni di eventi culturali, passando per la cucina. Il tutto,  tenendo fede al titolo del blog, con un taglio lucido e accattivante. Amalia Temperini presenta la sua “creatura” e tutto quello che c’è dentro/ intorno.

Raccontaci brevemente di te. Cosa hai studiato, di cosa ti occupi, cosa ti appassiona …

Vivo nella provincia teramana da quando sono nata e mi formo in un cammino del tutto particolare. La mia carriera, se così si può definire, oggi è proiettata verso il sistema dell’arte contemporanea, con una forte tendenza alla  valorizzazione culturale e del territorio. Prima di questo, ho ottenuto un diploma di perito commerciale, ho vagabondato per circa cinque anni nel mondo degli uffici, nel precariato, vendendo aspirapolveri e poi in varie mansioni che non sto qui a descrivere. Ho capito che la via maestra era lo studio. Presa dall’enfasi nel 2009 mi laureo alla triennale in Comunicazione Artistica e Multimediale, con una tesi sperimentale in Museologia e tecniche museografiche presso la facoltà di Scienze della Comunicazione all’Università degli studi di Teramo, dove tutt’oggi sto terminando il percorso specialistico in Produzione artistica e nuovi linguaggi.

Quello che mi appassiona è complesso: diciamo che mi piace osservare e ascoltare messaggi provenienti da ogni fonte, decifrarli, e carpirne i significati riducendoli ad attacchi di sintesi e dialettica.

Com’è nato il tuo blog e quando? Il nome che hai scelto, Bricolage, evoca molto efficacemente l’eterogeneità e la vivacità dei post e degli articoli che lo compongono. Era questo l’intento con cui hai scelto il nome?

Bricolage. Appunt’attenti di un’acuta osservatrice nasce in contrapposizione ai social network, nell’autunno 2012. Farà un po’ ridere, ma mentre tutto si velocizza nella condivisione di un fare spasmodico, adoro pensare che un blog possa sempre avere il tempo giusto per una riflessione in cui il lettore può ritrovarsi a casa. Come se tutto fosse normale, con la tranquillità di un approccio ideato da pensieri che si costituiscono l’un l’altro contaminandosi, anche in maniera antipatica o ostica, e con qualche virgola sbagliata qui e là.

Per quanto riguarda il titolo, invece, mi sono lasciata ispirare da un testo di Angela Vettese, Si fa con tutto. Il linguaggio dell’arte contemporanea. La quale, a sua volta, si è orientata attingendo alle teorie filosofiche di Claude Lévi Strauss, quindi sì, era quello l’intento.

Quant’è difficile oggi per un giovane lavorare nel mondo dell’arte, della cultura?
Non so se sia difficile o quanto, personalmente mi ci sono ritrovata inseguendo le mie passioni, e per il momento mi ritengo solo fortunata.

L’unica cosa che sento di dire in merito alla tua domanda è un punto sacro, che adotto in ogni mia scelta: non scendo mai a compromessi. Cerco di rispettare il cammino che ho fatto, poiché la gente ti propone veramente di tutto, è disposta a tutto – rubarti idee, sfruttarti, sottopagarti e svenderti. La strada più brutta è quella che adottano con l’illusione, quando cercano di trovarti la via più facile, che in realtà – in soldi e soldoni – non porta a nulla, se non a piangere e/o lamentarsi.

Ripenso sempre alle mie origini, al sudore delle persone che hanno permesso chi io fossi, e la forza che ci metto ogni volta per reagire e agire. Questo mi basta per stare a posto con la coscienza e capire che niente è insuperabile, se non la voglia di alzarti dalla poltrona e fare.

Purtroppo sono sempre più i giovani creativi che, volente o nolente, scelgono di tentare il salto all’estero, alla ricerca di una collocazione lavorativa gratificante. Tu cosa ne pensi? Hai mai pensato a una scelta di questo tipo?

Come tutti. Più volte, in discussioni aperte, ho messo in luce questo punto. Non critico chi ha la volontà di andar via, di provare a uscire per poi rientrare e avere altre possibilità. Conoscendomi, se dovessi fuggire, sarà perché ho deciso di non tornare più. Non volgo mai indietro lo sguardo nel passato, una volta presa una decisione. Abbandonare l’Italia, per me, vuol dire tradire e non assumersi una responsabilità. Ho sempre creduto in questo valore, ma ora è diventato parte di un meccanismo logorante, non solo perché c’è una crisi generale del sistema politico e sociale, ma anche per un dilagante menefreghismo collettivo cui si unisce, fatto di grida, pretese e troppa aggressività, non c’è più il rispetto per niente. Uno strascico questo, ereditato da un periodo lungo venti anni, che porteremo per lungo tempo ancora addosso, ma che dovremmo solo noi imparare a risanare.

Uno dei mali cronici del nostro Paese è legato al fatto che spesso tra le primissime voci che si “tagliano” in tempi di crisi c’è la cultura. Immagina per un attimo di essere il Ministro della Cultura, quali sarebbero i primi tre provvedimenti che adotteresti?

Non immagino di essere Ministro.
Gli amministratori, in genere, dovrebbero tornare solo a concederci una possibilità e un’autonomia di dialogo e ascolto, un confronto che si attivi nei loro stessi partiti di provenienza e dagli elettori. La credibilità va conquistata pezzo per pezzo, prima ancora delle riforme, prima ancora degli uffici stampa, imparando a non deprezzare il lavoro, investendo sul personale rendendolo sempre più preparato e specializzato; raggiungendo questo tipo di equilibrio qualcosa potrebbe smuoversi, anche nelle menti di chi ha il diritto e il dovere di andare a votare.

Cosa diresti a un ragazzo  fresco di diploma, indeciso se iscriversi o no a facoltà come Beni Culturali, Scienze della Comunicazione o Sociologia? Lo incoraggeresti o lo dissuaderesti? E perché?

E’ la qualità dell’impegno a fare la differenza. Le mele marce sono anche in corsi di studio come economia, ingegneria o giurisprudenza. Bisogna solo essere capaci di individuare i maestri giusti, quelli che ti guardano in faccia e ti dicono – fissandoti negli occhi – “no”. Quei “no” decisivi e motivati che sono fonte di riscatto e reazione.

I miei li ho trovati a Scienze della Comunicazione, e sono stati capaci di lasciarmi i loro strumenti; quindi, sì, consiglierei questa facoltà senza ombra di dubbio, come Beni Culturali, Sociologia o Scienze della formazione primaria, aggiungendo anche che devono imparare osservare la tendenza del mercato sulla base delle proprie inclinazioni e non il contrario.

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