Il coraggio (è) in una tavolozza di colori. Intervista a Giovanni Princigalli

Molti sono i modi attraverso cui si vive e agisce l’identità. Qualcuno la barrica – e si barrica – dietro palizzate impenetrabili, altri invece accettano di metterla – e mettersi – in circolo. Un “gioco” che è al tempo stesso rischio, ignoto e possibilità. Accoglierlo promette cammino e crescita, a patto di mantenere dischiuso e curioso lo sguardo. Questi gli ingredienti  che costruiscono il percorso umano e professionale del regista Giovanni Princigalli.

–       Nei tuoi lavori ricorrono coppie semantiche, in qualche modo, complementari. Penso ad Héros Fragiles , a “Gli errori belli”… torna spesso quest’immagine, inattesa e densa, di pienezza vitale che nasce da un percorso, da un cammino “in costruzione”. Questa ricorrenza semantica è solo una coincidenza o è voluta?

Credo che ogni cineasta abbia un chiodo fisso, un tema o una psicologia dei personaggi, che torna un po’ in tutte le sue opere, anche ognuna ha una storia o un genere a sé. In effetti il “cammino in costruzione” come dici tu, o l’affermazione di un’identità, son temi comuni a tutti i miei film e non credo che sia una coincidenza, ed al tempo stesso non è davvero una cosa voluta. Ma trattasi dello specchio della mia personalità (ovvero: mio immaginario, miei curiosità, mia identità, mio privato ed i miei studi), oltre che del modo che ho di instaurare relazioni con altre persone, che in un film documentario, diventano i personaggi di una storia, che spesso tratta, come ben dici, di cammini e di percorsi.

–       Come nasce Héros Fragiles?

Héros fragiles viene dal titolo della mia tesi di master in cinema all’università di Montréal: “incanti e disincanti del fragile eroe”, Riflettevo su una certa idea di personaggio cinematografico e non solo, ossia quello di un essere umano (adulto, donna o bambino) che si trova, volente o per caso, a compiere un atto eroico, che spesso si traduce in un atto d’amore per se stesso o per un’altra persona (o anche per un ideale o una comunità). Questo atto è improvviso, una sorta di corto circuito con un quotidiano ordinario o piatto. Ma l’eroismo in quanto fenomeno umano (e non divino) fragile, emotivo, contraddittorio, sofferto, difficile.

–       Ti va di raccontare la storia de “Gli errori belli”?

Il documentario nasce come un progetto a me commissionato dall’Istituto Italiano di Cultura di Montreal e dai lettori di lingua italiana di Montreal, Chiara Vigliano e Mirella Jolly. Anzi l’idea era di queste ultime due che avevano chiamato il progetto Se dico Italia. Io poi ho cambiato il titolo in “Gli errori belli”, quando mi son accorto in montaggio della frase dell’insegnante d’italiano all’Università di Montreal, che così definiva gli errori dei suoi studenti, in cui vi erano molti figli e nipoti di emigranti italiani.

Mi sembrava che quella frase individuasse, senza che l’insegnante lo sapesse, in modo diretto ed emotivo il tema oltre che la storia di quel piccolo documentario.

L’errore d’italiano fatto da  figli e nipoti di emigranti italiani, desiderosi di apprendere la lingua e la cultura dei loro padri e nonni, è lo specchio della loro duplice identità : italiana e canadese. Essi appartengono a tutte due ma non totalmente a nessuna di essa. L’errore è lo specchio di uno sforzo, di una tendenza, ma anche di un limite, a vivere l’una e l’altra lingua ed identità.

All’Inizio del film spiego come errore ed errare hanno la stessa origine etimologica.

–       Qual è la “giusta distanza” quando si sceglie di raccontare una storia in un documentario? Come bilanci partecipazione e distanza nei confronti nelle storie che (ri) costruisci nei tuoi lavori?

Non so risponderti. Non vi è una formula matematica. Non so neanche se via sia la giusta misura o bilancia tra me (e la telecamera) ed i personaggi. Credo che siano cose più innate ed istintive che razionali. Ossia tutto ciò dipende dal modo che uno ha di guardare e di relazionarsi agli altri ed al reale, e a come questi ultimi due si relazionano a te. Nei documentari, quando filmo con la mia piccola video camera, posso essere mosso da curiosità, timidezza, coraggio, paura, incertezza, noia, ecc.

–       Raccontando di migrazioni, di popoli che s’incontrano e contaminano reciprocamente, che idea ti sei fatto del concetto di identità e di appartenenza?

È una domanda complessa che meriterebbe un libro o una tesi di laurea. Ognuno di noi, chi più o chi meno, cerca o fugge da un’appartenenza. Quest’ultima come l’identità sono difficili da vivere, perché esse possono darci sicurezza come una gabbia. È difficile vivere l’una senza l’altra. È difficile sentirsi parte di un mondo ed essere aperti ad altri mondi. Le comunicazioni tra questi mondi diversi sono possibili grazie a persone particolari, come i documentaristi e i personaggi di un film documentario. Gli uni come gli altri appartengono ad un mondo a sé, ma di tali mondi essi sono quelli più aperti e pronto al dialogo o all’incontro. Giusto per intenderci un militante della Lega non potrà mai fare un film con la complicità di un integralista islamico, poiché entrambi son chiusi, non possono parlarsi. Te lo vedi un militante della destra israeliana fare un film che ha per personaggio un militante di Hamas o viceversa ? In tal caso le identità son rigide. Invece nel caso di un mio film, come i fiori alla finestra, la mia identità (di maschio, bianco ed occidentale) e quella dei protagonisti (donne, nere ed africane) sono aperte, pronte al dialogo.

–       Nel tuo percorso professionale, c’è stato un momento in cui, a tua volta, ti sei sentito un eroe fragile, ed un momento in cui, anche tu, hai pensato “ho fatto il mio coraggio”?

Sempre! Credo che le scelte ed i percorsi artistici che si fanno, consciamente o inconsciamente, rispecchiano la tua identità e percorso passato e personale.

–       A quali progetti stai lavorando in questo periodo?

Dei cortometraggi di fiction ma che toccano un po’ le stesse tematiche toccate nei documentari.

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