Kaddisch für einen Freund, niente è più democratico del dolore

Scoprire che quello che credevi nemico ti somiglia più di quanto avresti mai immaginato può essere ben più spiazzante dell’idea stessa di averne, di nemici. Riconoscere in un altro, che avvertivi come estraneo, qualcosa di te, può essere una salutare sorpresa, ma di solito all’inizio è un po’ come avere le vertigini. In entrambi i casi, dopo bisogna resettare la propria bussola mentale per continuare a orientarsi.

Certo, teorizzarlo è un conto, riuscirci un altro. E cogliere quel certo non so che di familiare nel vicino di casa ficcanaso e rumoroso, o nel collega carrierista, sembra relativamente semplice e indolore, rispetto a riuscire a guardare con un briciolo di empatia qualcuno che ritieni responsabile non solo dei tuoi guai, ma anche di quelli del popolo a cui appartieni. Kaddisch für einen Freund (Kaddish per un amico, 2012), opera prima del regista Leo Khasin ci mette davanti a questo ruvido e inevitabile dato di fatto in modo crudo e diretto. E lo fa attraverso le storie di Ali (Neil Belakhdar) e Alik (Ryszard Ronczewski), due tasselli di un conflitto che è come ferita condannata (forse) a non rimarginarsi mai. Quello che ha per vittime arabi ed ebrei, due popoli alla ricerca di un’identità attraverso uno Stato che sia casa prima di tutto.

Kaddisch für einen Freund  (2012) di Leo Khasin

Berlino, quartiere Kreutzberg. Ali è un giovane libanese che ha seguito in Germania i genitori. Alik è un anziano ebreo russo, che le batoste della vita hanno reso più simile a un gatto selvatico che non a un saggio e pacato vecchietto. L’unica cosa che li accomuna è il palazzo in cui vivono, finchè, dopo essersi ritrovato coinvolto in una bravata organizzata dalla cricca del cugino, Ali è costretto a dare una mano al bisbetico e incontentabile vicino di casa. Altruismo? Spirito da boyscout? A spingere il ragazzo è qualcosa di ben più concreto e pragmatico, che si può riassumere con la frase “una mano lava l’altra”. Così, Alik e Ali si ritrovano gomito a gomito. E pur odiandosi, per ragioni opposte e speculari, sono costretti a fare squadra. Ora il nemico è comune … e a questo se ne aggiungono rapidamente anche altri. Sono in molti infatti, a pensare che il duo non sia poi così ben assortito.

Inevitabilmente, i contrasti di Ali con la famiglia, non sono più, semplicemente, quelli tipici dell’adolescenza, ma assumono una connotazione e un significato molto più forte. Agli occhi del padre e dei suoi coetanei, l’amicizia con Alik equivale a un tradimento. Significa negare il proprio essere e le proprie radici. Eppure l’improbabile alleanza tra il giovane libanese e l’anziano ebreo russo prepara per entrambi qualcosa di nuovo. Il mondo circostante sarà pronto ad accettarlo? Khasin abbozza un’ipotesi…

Ryszard Ronczewski e Neil Belakhdar in Kaddisch für einen Freund

Kaddisch für einen Freund si muove su un terreno disseminato di mine. Il tema affrontato è talmente attuale e urgente, che maneggiarlo maldestramente è come lanciare gettare in aria un tizzone arroventato. Gli effetti sono difficili da prevedere, ma certamente saranno in molti a farsi male. Nel nostro caso, il regista non è uno sprovveduto, e anzi ci sorprende in positivo sotto alcuni aspetti, pur non convincendo del tutto.

L’altalenante rapporto tra Ali e Alik viene rappresentato con grande spontaneità e autenticità dai due attori principali. La scelta di raccontare l’universale, e cioè il conflitto tra due popoli attraverso il particolare, ovvero le vicende di due uomini, è certamente azzeccata, perché sfronda il film di tutta l’inutile e dannosa retorica in cui si rischierebbe di cadere in casi del genere. I sentimenti figli di tragedie come la morte e l’esilio sono fatti della stessa materia, anche se a provarli sono due popoli diversi, aizzati l’uno contro l’altro per ragioni (?) politiche. E forse l’unico modo per “spiegarlo” è lasciare che sia la carne a parlare della sua sofferenza. Così, l’iniziale diffidenza con cui l’adolescente libanese e il bisbetico ebreo russo si “annusano”, si stempera poco a poco in una tregua che lascia affiorare le fragilità di entrambi. Dolori ormai cronicizzati, e talenti da coltivare e proteggere dal pregiudizio. Leo Khasin mostra al pubblico entrambe le facce della medaglia. Non a caso l’ambientazione principale è la casa di Alik, che, con i suoi spazi stretti e a tratti claustrofobici, evoca proprio l’idea della fatica e della difficoltà, anche fisica, di costruire un legame di fiducia e vicinanza, laddove prima c’era respingenza e ostilità.

Neil Belakhdar in Kaddisch für einen Freund (2012)

Kaddisch für einen Freund delude invece per quanto riguarda i personaggi di contorno, che offrono una visione delle cose decisamente stereotipata e didascalica. Lo schema “o con noi o contro di noi” è un cliche già visto, e ormai anche ampiamente usurato per riuscire ancora a dire qualcosa. Peraltro, a dispetto del crescendo che riesce a sviluppare via via che il film procede, Leo Khasin rinuncia a portare fino in fondo la sua visione della storia, che resta come sospesa. Così, mentre i titoli di coda cominciano a scorrere, lo spettatore si ritrova a sentire un languore sordo e fastidioso. E la colpa non è dei pop corn finiti troppo presto.

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