Kohlhaas, anche i tedeschi fanno le nozze coi fichi

Il rapporto che lega il creativo alla realtà è un po’ come quei matrimoni contrastati e impegnativi a cui, per qualche ragione, non si riesce a mettere la parola fine. Un miscuglio di amore e odio che agli altri risulta spesso praticamente incomprensibile. Mettiamo il caso ad esempio che voi siate dei novelli registi, pieni di voglia di fare, buoni propositi, e magari un pizzico di idealismo di troppo. Cosa fareste se improvvisamente finissero i soldi necessari a realizzare la vostra opera prima, mentre già vi immaginavate vincitori del prossimo Leone d’Oro? Se aveste la testa sufficientemente dura, probabilmente fareste come Aron Lehmann nel suo primo film, Kohlhaas oder die Verhältnismäßigkeit der Mittel (Kohlhaas, o della proporzionalità dei mezzi, 2012). [Come vedete, già tradurre il titolo richiede una certa predisposizione a vivere come kamikaze delle proprie passioni]

Kohlhaas oder Die Verhältnismässigkeit der Mittel (2012)

Chi è Kohlhaas? E’ un commerciante di cavalli vissuto a metà del sedicesimo secolo che si batte per i suoi diritti. Su questo personaggio, uscito dalla penna di Heinrich von Kleist, Aron Lehmann si prepara a girare un ambizioso adattamento cinematografico. I soldi però si polverizzano quasi subito, e questo rende oggettivamente difficile portare avanti le riprese. La troupe si demoralizza, e tocca a lui fare di tutti per motivarla di nuovo, toccando le uniche corde possibili: quelle emotive. Mancano i mezzi materiali per raccontare la storia? Nessun problema, la fantasia è una fonte energetica inesauribile.

Kohlhaas oder Die Verhältnismässigkeit der Mittel di Aron Lehmann

Così, come in gioco di matrioske, il film contiene la storia di Kohlhaas, che a sua volta diventa una sorta di documentario del lavoro della troupe. Cadono le barriere tra finzione e retroscena, e questo rende inevitabilmente instabili gli equilibri all’interno del gruppo, finchè un evento costringe Lehmann a portare alle estreme conseguenze la sua visione del cinema, secondo cui attore e personaggio sono un tutto unico, e la pretesa di scinderli è del tutto dannosa, oltre che inutile.

Kohlhaas oder die Verhältnismäßigkeit der Mittel è costruito su un gioco di specchi potenzialmente infinito. Lo stesso Aron Lehmann, girando, ne viene coinvolto: non è lui infatti a prestare il volto a sé stesso nel film. Per farlo sceglie un attore (Robert Gwisdek).

Se fosse un oggetto, Kohlhaas sarebbe una sciarpa frutto dell’intreccio di due colori complementari, come il rosso e il blu. A questi si possono paragonare i temi del film, l’altalenante rapporto vita/arte e la scarsità di mezzi a disposizione dei giovani registi. Questa può essere una disgrazia benedetta per la loro crescita, perché moltiplica le opportunità di sperimentazioni riducendo al minimo vincoli e restrizioni.

Kohlhaas oder Die Verhältnismässigkeit der Mittel (2012)

Lehmann ( sia il regista che il personaggio) riesce a rappresentare in modo anche visivamente convincente la potenza comunicativa figlia della lucidità e della consapevolezza del creativo che vede con assoluta chiarezza e lucidità il progetto a cui intende lavorare.

Limpido, arioso, sconfinato. Così il regista ci presenta lo spazio, mentale e fisico in cui si muovono i personaggi. Laddove il nostro Renè Ferretti stemperava il soffocante buonismo delle patinate fiction all’italiana con il sano cinismo proprio dell’ A cazzo di cane, Aron Lehmann punta tutto sull’ironia. L’ossigeno che ci tiene in vita alimentando le passioni anche quando la schietta materialità del quotidiano sembra volerci sbarrare qualunque porta.

Kohlhaas oder Die Verhältnismässigkeit der Mittel

Due possibili risposte a uno stesso bisogno: sopravvivere al grigio. Che lo si faccia mimetizzandosi come il regista di Fiano Romano, o urlando i propri colori come il collega teutonico, l’effetto comico è garantito in entrambi i casi.

 

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