L’incanto in una pescheria. E la luce nacque da un sacrilegio

C’era una volta una pescheria che si credeva una basilica. La vestirono con questi panni perché non oscurasse i palazzi neoclassici che la circondavano lungo le rive cittadine. In seguito sarebbe stata ribattezzata Santa Maria del Guato (guato in dialetto è il ghiozzo, pesce poco pregiato). E’ l’ex Pescheria di Trieste, costruita nel 1913 ad opera dell’architetto Giorgio Polli.

Compito delicato quello che gli fu affidato: si rendeva infatti necessario coniugare, in fase di progettazione, funzionalità e organicità. Ne scaturì un edificio a pianta basilicale composto da tre ampie navate scandite da larghe finestre. Mattone e pietra bianca a costituire le pareti, la facciata caratterizzata da decorazioni in pietra (prore e crostacei). L’interno dell’edificio è pervaso da un senso di soffice accoglienza ed ariosità, merito della “pioggia” di bianco del soffitto e della luce che, attraverso i finestroni, zampilla all’interno. Così, oggi questo luogo è noto come Salone degli Incanti.

Nei mesi scorsi l’ex Pescheria ha ospitato la mostra Nur/Luce. Appunti afgani della fotoreporter Monica Bulaj. Scatti, i suoi, che, come spiega, sono frutto di “un viaggio solitario nella terra degli Afgani. Dividendo il cibo, il sonno, la fatica, la fame, il freddo, i sussurri, il riso, la paura. Spostandosi con bus, taxi, cavalli, camion, a dorso di yak. Dal confine iraniano a quello cinese sulle nevi del Wakhan, armati soltanto di un taccuino e una Leica, fatti per l’intimità dell’incontro”.

Tasselli fotografici in cui la luce si fa fiotto o, al contrario, le figure germogliano, a volte timide, a volte rapide e decise, dal buio. Perché, sottolinea la Bulaj, l’Afghanistan è “una terra abbacinante, dai cieli sconfinati, e così inondata di sole che bisogna rifugiarsi nell’ombra – interni, albe e crepuscoli – per ridare un senso alla luce, al fuoco, ai bagliori dello sguardo”. Blu e verde, dominanti in alcuni degli scatti, hanno una brillantezza e densità tale, che sembrano esser stati appena spremuti dal tubetto di tempera. Altre volte invece, le immagini restituiscono intatto il fruscìo delle vesti delle donne afgane.

La Bulaj ci racconta una realtà complessa, intricata e scossa da contraddizioni. “Un Paese disperato, dove la donna è schiacciata dal tribalismo e l’oppio è la sola medicina dei poveri, ma dove una straniera può essere accolta in una moschea e l’incantamento dello straniero è vissuto come una benedizione. Una terra dove si rischia la vita solo andando a scuola e dove nelle periferie disperate i bambini si svegliano alle quattro del mattino per andare a prendere l’acqua con gli asini. Ma anche un Paese d’ironia, capace di ridere nei momenti più neri, rispettoso degli anziani, perfettamente conscio che il solo futuro possibile sta nella scuola, e nei bambini che domani saranno uomini”.  Un Paese di terapeuti amputati e umanità caravaggesche.

Alcuni scatti erano accompagnati da un breve racconto, una frase che fissava il senso dell’emozione legata esattamente all’istante immortalato. Parole scritte su carta, che evocano un quaderno di viaggio, e ne restituiscono l’idea del movimento rapido, a volte precario, ma sempre attento e inquieto. Sono parole fatte di matita, parole impastate non solo del significato che trasportano, ma anche delle sbavature, simili a piccole lacrime, che la scrittura a matita comporta.

“Dici ‘che bello’. Vedi, sono gli occhi che sono belli. Lo sguardo. Che fa cose ciò che vedi”, recitava un foglio di carta.

Bellezza e senso a volte s’impastano, e generano la grazia, qualcosa di universalmente riconoscibile e nutriente, che scavalca gli steccati di un mero concetto religioso e si materializza agli occhi ed alle mani anche di un’atea come me. Questa è la traccia che porto in me dell’esperienza di quelli scatti in quel luogo.

“Lo straniero è arrivato dall’altra parte. Ovunque, l’altrove esiste”. Ed è qualcosa che ha nelle viscere un seme di antica familiarità. Si chiama riconoscimento. Appartenenza.

“Colpisci di nuovo la mia esistenza, facendola oscillare. Ti chiedo la forza per portarmi via da me”

(Massimo Zamboni)

11 Comments

on “L’incanto in una pescheria. E la luce nacque da un sacrilegio
11 Comments on “L’incanto in una pescheria. E la luce nacque da un sacrilegio
  1. Ciao Francesca, sono venuta a ricambiare volentieri la tua visita della quale ti ringrazio e ho trovato un blog davvero bello e molto curato.
    E così è la tua scrittura.
    Questa pescheria è un posto incredibile, mi sembra perfetta per la mostra della quale ci parti.
    Qui a Genova a Palazzo Ducale c’è la mostra fotografica di Steve McCurry, come sai lui ritrae persone di luoghi lontani, è stato emozionante vedere quei volti, quegli sguardi, questa mostra della quale ci racconti sembra ugualmente interessante.
    A presto!

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