Magic in the Moonlight, il trucco c’è e (non) si vede

Niente è più vero di ciò a cui vogliamo credere. Niente accende di più la mente e le emozioni dell’impasto tra realtà e finzione, in un gioco/confusione di piani che rende l’amore simile a qualcosa di sovrannaturale e magico, si potrebbe dire.

E in questo caso, ci sorprenderebbe il significato incredibilmente vasto (e ambiguo) che l’aggettivo può assumere. In questo “campo”, tanto minato quanto invitante, si avventura, ancora una volta, Woody Allen con il suo ultimo film, Magic in the Moonlight.

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Berlino, fine anni Venti. Stanley Crawford (Colin Firth) rapisce la curiosità di un pubblico enorme sotto le spoglie di Wei Ling Soo, popolarissimo prestigiatore cinese capace di compiere i prodigi più incredibili. L’abilità con cui si teletrasporta o fa sparire un elefante è senza dubbio fuori dal comune, come pure l’astuzia che gli consente di smascherare a colpo d’occhio i ciarlatani desiderosi di plagiare i creduloni. Così, un amico e collega lo ingaggia per conto dei Catledge, facoltosa famiglia americana che vive sulla riviera francese, stregata dalla giovane Sophie Baker (Emma Stone), sedicente medium.

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