Of horses and men, l’Islanda, i cavalli e un animale chiamato uomo

Selvaggia e generosa. Incontenibile ma crudele. Buffa, eppure severa. La natura conosce molti modi per manifestarsi, e ognuno di questi racchiude in sé una piccola porzione di mistero. Un cuore inafferrabile che la rende affascinante. D’altra parte, è proprio l’eterna tensione tra istinto e controllo, slancio vitale e pulsioni distruttive, il motore inesauribile della vita. Un gioco di specchi che si traduce in rimando (e rimbalzo) di sguardi, se si considera il rapporto dell’uomo con un animale vulcanico ma volubile come il cavallo.

Of horses and men è un film del 2013

Ed è proprio questo “universo” al centro dell’esplorazione/immersione attraverso cui ci guida il regista islandese Benedikt Erlingsson con la sua opera prima, Hross ì Oss (Of horses and men), uscita nel 2013.

Un ubriaco che cavalca in mare aperto per raggiungere una nave che trasporta vodka, un ispanico, finito non si sa come in Islanda, che per non morire assiderato si accuccia nel ventre del suo cavallo. Una giovane amazzone che, sulle tracce di alcuni puledri fuggiti, salva da morte sicura un compaesano diventato cieco in circostanze alquanto bizzarre. Queste sono solo alcune delle storie che si intrecciano lungo Of horses and men; il filo conduttore del film è (letteralmente) nelle pupille dei cavalli, in cui si riflettono i volti, le pulsioni e i “demoni” degli uomini e delle donne che, di volta in volta, tentano di imbrigliarli.

Of horses amd men  è un film di Benedikt Erlingsson

Mettere le redini all’irrequieto animale è un modo per “governare” la terra islandese, maestosa e terribile. Ma non è facile tenere a freno gli elementi. E neanche le passioni degli “umani”…

«Volevo raccontare il nostro rapporto tra persone e con la natura, ma anche sul controllo che esercitiamo sulla natura e su quello che essa esercita su di noi. È come se fossimo legati in un tango». Così Benedikt Erlingsson presenta Of horses and men, che, evoca con grande efficacia, anche stilistica, la dimensione debordante eppure solenne, degli elementi. E un ruolo decisivo giocano i campi lunghi, il ricorso frequente alla camera fissa, e i dialoghi asciugati fino all’osso.

Il film è, in un certo senso, un omaggio a un animale fondamentale nell’immaginario dell’Islanda. «I cavalli sono da sempre al centro della vita degli islandesi, sono sulle tombe del diciannovesimo secolo, fanno parte delle famiglie, non si potevano mangiare se non in segreto. Sono estremamente legati all’identità islandese: siamo horse people, siamo venuti su barche, sopra i cavalli. E di questo ho voluto parlare nel film, raccontare come quella mitologia ha senso oggi».

Of horses and men si sviluppa attraverso sei racconti provenienti dalla tradizione orale islandese, di matrice sostanzialmente agreste. Il tutto rivisitato e rielaborato da Benedikt Erlingsson attraverso riferimenti culturali certamente inattesi. «Per questa opera mi sono ispirato a Dario Fo, al suo teatro, alla sua anarchia nella scelta delle storie da raccontare e nel modo di raccontarle. Ma anche al Pasolini del Decameron e di Canterbury Tales. Mi interessava lo schema di più storie differenti unite dallo stesso tema comune, senza attaccamento ai singoli personaggi, in modo da fare un’astrazione della natura umana comprensibile e trasmissibile».

Of horses and men (titolo originale Hross ì Oss)

Benedikt Erlingsson regala al pubblico una commedia dark che si rivela lentamente, anche attraverso la sua aura di (apparente) imperturbabilità e impassibilità. Of horses and men racconta, con ironia affilata e a tratti quasi crudele, le gioie della vita tranquilla di una piccola comunità in cui ognuno ficca il naso negli affari di tutti gli altri. «Paradossalmente tanto più ampio è lo spazio che ci separa dall’altro, tanto più ci si incuriosisce, ci si interessa ad esso. Nelle grandi città siamo più numerosi, viviamo vicini ma siamo più isolati: una contraddizione dei nostri tempi».

Of horses and men cattura frammenti significativi dell’anima di una terra e dello spirito della sua gente, ed è una boccata d’ossigeno per gli occhi e l’immaginario, perché alterna stupore, delizia e sgomento. Offre uno spaccato di autenticità, a tratti anche spigolosa e ruvida, laddove sempre più spesso i registi preferiscono crogiolarsi nella comodità di storie “edificanti” (non si sa bene per chi) e rassicuranti.

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